Raccolta di racconti, favole e poesie
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mercoledì 24 ottobre 2012

Tur Alì e la principessa di Trebisonda - favola turca



La bellezza della principessa di Trebisonda, la potente città che si affacciava sul Mar Nero, era nota in tutte le terre.
Era un'amazzone eccezionale: tirava due archi insieme, a destra e a sinistra. Ogni suo colpo era micidiale. Nessuno poteva competere con lei.
Un giorno, suo padre decise di darla in moglie a un uomo di molto coraggio che fosse stato così abile da uccidere tre belve: il leone reale, un cammello selvaggio e un toro feroce. Già trentadue uomini si erano presentati a corte per il tentativo e trentadue teste pendevano dai torrioni del castello. Proprio questo era il destino di chi falliva la prova delle belve: essere decapitato.
Di passaggio da Trebisonda, Quanli Qoga, il valoroso principe della tribù degli Oguz, notò le teste appese al castello e ne ebbe tale paura che i pidocchi della sua testa caddero stecchiti ai suoi piedi.
"Se mio figlio vorrà - pensò tra sé - potrà provare a vincere le tre belve. Ha coraggio certamente, ma se non se la sente di venire qui, che si accontenti pure delle donne della nostra tribù".
Tornato dai suoi, Qanli Qoga, si recò dal figlio Tur Alì e gli parlò:
- Figlio mio, ho trovato la ragazza che potresti sposare, ma ci vuole tanto coraggio!
- Coraggio?
- Coraggio, solo tanto coraggio.
- Allora non mi resta che armare il cavallo e partire contro questo nemico. Vedrai se in battaglia so usare questo braccio e abbattere i nemici. Tornerò carico di schiavi e schiave.
- Cos'hai capito, figlio mio? Non ti chiedevo una prova siffatta. Il padre della fanciulla, il re di Trebisonda, la darà in sposa a chi avrà ucciso tre belve feroci. Chi fallisce la prova, è condannato alla decapitazione. Molte teste sono già appese al torrione del castello.
- Andrò, padre, non posso fare a meno di andare.
Qanli Qoga ebbe un tuffo al cuore e si pentì d'aver parlato al figlio della principessa di Trebisonda.
- Figlio mio, - gli disse - l'impresa è difficile: la ragazza è molto bella, ma il carnefice è pronto a mozzarti la testa. Pensaci bene e non dare questo dolore alla tua vecchia madre e a tuo padre dai capelli bianchi.
- Padre, rispose Tur Alì - non posso comportarmi da vile. Andrò a Trebisonda dalla principessa e lotterò con le belve feroci. Forse sarò fatto a pezzi da quelle, forse sarò io a metterle sotto i miei piedi. Ma voi non abbiate timore e state tranquilli!
Non c'era verso di convincere Tur Alì, perciò i genitori gli dissero:
- Vai e sii fortunato! Ti aspettiamo.
Tur Alì preparò ogni cosa, fece armare i suoi quaranta cavalieri e si avviò. Dopo sette giorni e sette notti di cammino, toccarono il confine col regno di Trebisonda. Al nuovo giorno entrarono in città e si recarono dal principe.
- Eccomi qui, pronto per la prova - disse Tur Alì.
- Da dove vieni? - gli domandò il principe.
- Vengo da lontano, dalla tribù degli Oguz di cui è signore mio padre, Qanli Qoga. Ho cavalcato sette giorni e sette notti per raggiungere Trebisonda. Voglio tua figlia in sposa. Che il dio Allah sia testimone!
- Sarai sottoposto alla prova, subito!
Tur Alì fu accompagnato al campo e destò la meraviglia di tutti, anche della principessa che lo osservava dal chiosco.
"E' meraviglioso questo cavaliere! - ella si disse - Sarebbe un peccato se morisse per colpa di quelle belve. Volesse Iddio convincere mio padre a darmi in sposa a lui senza la terribile prova!"
Fu portato il toro legato con una catena di ferro. Era un bestione immenso che scalpitava inferocito. Al solo vederlo i quaranta cavalieri di Tur Alì furono presi dalla disperazione e cominciarono a piangere. Ma il giovane li rincuorò:
- Perché vi disperate? Che il toro sia lasciato libero e si lanci contro di me!
Fu tolta la catena al toro. Il bestione allora puntò su Tur Alì, simile a una tempesta, ma il giovane non si spaventò e gli assestò un gran pugno sulla testa. Il toro barcollò e si inginocchiò sulle zampe posteriori, poi tornò alla carica. Tur Alì non cedette e a lungo lottò con quel mostro, finché lo vide stanco e con la schiuma alla bocca. Allora lo prese per la coda e lo scaraventò a terra: lo strangolò, lo scuoiò e ne portò la pelle al principe. Rimasero tutti a bocca aperta.
Si fece allora avanti il nipote del principe e disse:
- E' la volta del leone. La principessa non è ancora sposa dello straniero.
Fu fatto uscire il leone. Al vederlo i cavalli vomitarono sangue e i quaranta cavalieri di Tur Alì si misero a piangere, ma il giovane non aveva paura e disse:
- Perché vi disperate? Ho con me la fedele spada con la quale saprò farmi giustizia.
Il leone avanzò contro Tur Alì; era terribile, ma ne ebbe un tremendo fendente sulla fronte e la mascella fracassata. Poi il giovane lo sollevò e lo scagliò con forza sul campo. Il leone non si mosse più.
- Ti basta ciò che ho fatto? - domandò Tur Alì al principe - non potresti già darmi tua figlia in sposa?
- Date mia figlia a questo valoroso - sentenziò il principe.
- No, principe, - intervenne il nipote - resta che quest'uomo combatta contro il cammello. Se lo vincerà, avrà  tua figlia.
Anche il cammello fu portato nel campo. Questa volta Tur Alì se la vide brutta. Il forte animale lo inseguiva e lui gli passava sotto le gambe. Non ce la faceva più, era troppo stanco dopo la dura lotta con il leone e il toro. Era la fine per Tur Alì. Sei uomini muscolosi lo presero per le braccia e si prepararono a tagliargli la testa. Ma i quaranta compagni lo incoraggiarono;
- Tur Alì, rimettiti in piedi e ricorda chi sei! Sei venuto in questo paese, hai lottato da eroe, hai ucciso il leone e il toro, non hai avuto paura di nessuno. Pensa alla nostra tribù, ai poveri Oguz che ricorderanno la tua sconfitta. Pensa alla povera madre in lacrime, al padre che sarà disperato! La principessa è nelle tue mani e tu, amico, la rifiuti?
Tur Alì si scosse. Chiese la protezione del grande Maometto, il Profeta, e di Allah, l'unico dio, e si lanciò contro il cammello.
Gli assestò un calcio tale che gli spezzò una zampa, poi gli andò sopra e lo strangolò.
Il principe sorrise compiaciuto.
- Cavaliere, non mi ero sbagliato: sei forte e coraggioso. L'ho subito capito.
Poi, rivolto ai suoi, disse:
- Preparate quaranta tende per i quaranta cavalieri e affrettate la cerimonia nuziale. Si faccia tutto al più presto! Avvertite mia figlia Salgan Hatun.
Il giorno dopo Tur Alì pensò che fosse meglio avvertire suo padre della bella impresa; dopo avrebbe pensato alle nozze. Fu così che si presentò al principe e gli chiese congedo. Sarebbe partito con Salgan Hatun.
- Partite pure - assicurò il principe con un dubbio sorriso. - Che Allah guidi e vostri passi! Vi attenderò.
Tur Alì e Salgan Hatun si allontanarono da Trebisonda e dopo un lungo cammino, piantarono la tenda in una valle.
Intanto, il principe aveva cambiato idea sul matrimonio della figlia e aveva deciso di non darla più in sposa a Tur Alì. Non gli importava di avere per genero un giovane tanto valoroso: era uno straniero, un infedele, uno che veniva da lontano.
- Un esercito insegua Tur Alì e mia figlia! - urlò nella grande sala del palazzo - Riportatemi Salgan Hatun!
I cavalli corsero come furie e presto raggiunsero la tenda di Tur Alì. Ad accorgersi del pericolo fu la sua sposa:
- Svegliati, mio sposo, - gli disse dolcemente - i nemici sono arrivati. Vedo che hanno cattive intenzioni. Armati e dimostra qual è il tuo valore. Io ti sarò vicino col mio amore.
- Pregherò dapprima il nostro grande dio - le rispose Tur Alì.
Il giovane si levò in piedi, recitò le preghiere di rito, si armò e corse a combattere. Quando vide la sua sposa correre armata contro i nemici, ne fu meravigliato e le disse:
- Dove vai, dolce sposa?
- Vado incontro ai nemici, non posso restare qui - rispose lei. Sono troppi e bisogna combattere entrambi o morire.
- Sei una donna coraggiosa - esclamò Tur Alì ammirato.
Durante la battaglia la sposa combattè con coraggio e, quando vide il suo uomo assalito da cento nemici armati, non esitò a lanciarsi nella mischia con strage di tutti. Tur Alì aveva il viso bagnato di sangue; il suo cavallo era stato colpito. Salgan Hatun gli salvò la vita. Non un solo nemico sopravvisse.
Tur Alì ebbe quasi invidia della sposa. Pensò che potesse vantarsi di essere più forte di lui.
- E' possibile che tu sia così abile in combattimento? - le chiese.
- Avrei dovuto lasciarti uccidere, mio sposo? - rispose lei con semplicità.
Si avvicinarono, si baciarono. Risalirono a cavallo e raggiunsero la terra degli Oguz dove festeggiarono le loro nozze.


giovedì 18 ottobre 2012

L'ira del dio Telipinu - favola hittita

Telipinu era il dio della fertilità e dell'abbondanza sulla terra. Si doveva solo a lui se gli alberi e le piante erano verdi, se i campi davano tanti buoni frutti, se la neve si scioglieva e il tempo tornava caldo.
Da qualche tempo Telipinu era molto arrabbiato: ce l'aveva con gli uomini che diventavano ogni giorno più cattivi, egoisti, invidiosi e non si curavano degli dei come lui. Quando Telipinu si arrabbiava (e questa volta arrabbiato lo era davvero), c'era da aver paura.
- Punirò gli uomini, - disse il dio furente - così vedranno chi sono io!
E fu di parola, ma per la forte arrabbiatura infilò lo stivale destro al piede sinistro e lo stivale sinistro al piede destro.
In poco tempo il volto della terra cambiò radicalmente. Sembrava che un'altra terra fosse sorta al posto della precedente. I campi non verdeggiavano, i fiumi non avevano acqua limpida, la neve non si scioglieva più, il cielo era sempre buio.
Gli uomini erano disperati, pur sapendo che il dio della fertilità aveva pazientato anche troppo. Decisero di chiudersi nelle loro case e non uscirne più; gli animali restarono nelle stalle senza più vedere la luce del sole; per il freddo i camini non venivano più spenti. Dov'era la bella terra di un tempo?
Tutti gli altri dei si accorsero presto che qualcosa non andava sulla terra e non ci volle molto perché capissero che la colpa era del dio della fertilità. Preoccupato della situazione, il re degli dei celesti raccolse tutti in assemblea e parlò in tono molto serio:
- Mio figlio, il dio Telipinu, è certamente arrabbiato con gli uomini e ha deciso di punirli. Ha ragione, ma la terra ha bisogno di prosperare. Cercatelo dappertutto!
E gli dei si diedero a cercare il fratello scomparso, ma per quanto percorressero la terra in lungo e in largo, di Telipinu non fu trovata traccia. Il re degli dei ne fu contrariato e, riuniti nuovamente tutti a concilio, gridò:
- Che venga l'aquila dalla vista potente e cerchi ovunque mio figlio Telipinu!
L'aquila fu chiamata e mandata in giro per la terra. L'animale dalla vista acuta scrutò dappertutto, i colli, i monti, i laghi, i fiumi, i mari: in nessun luogo si scorgeva traccia di Telipinu.
All'aquila non restò che raccontare il suo insuccesso, anche se temeva l'ira del re degli dei che disse:
- Questa storia deve avere fine. La terra sta morendo e, se gli animali scompariranno e i campi non produrranno frutti, anche noi dei non riceveremo i doni degli uomini.
Tutti compresero che non c'era tempo da perdere. Fu proposto di dare incarico al violento dio dei venti di cercare Telipinu.
La regina degli dei, sua madre, gli disse:
- Tu solo puoi fare il miracolo, sei il dio più forte ed impetuoso. Va', figlio mio, percorri la terra in lungo e in largo, trova e riporta qui tuo fratello, il dio della fertilità. Nulla resisterà dinanzi alla tua furia. Va' e torna presto!
- Sì, madre, - rispose il dio dei venti - andrò e farò come mi comandi.
Il dio dei venti si lanciò con forza. Setacciò ogni angolo, poi pensò di recarsi nella città in cui Telipinu solitamente viveva. Non lo trovò nemmeno in casa sua e capi che era tempo di tornare dai suoi, anche se a mani vuote.
Al vederlo sconfitto il re degli dei e sua moglie ebbero un moto di stizza, poi convocarono l'umile ape per attribuirle il difficile incarico:
- Vola, piccola ape, - le disse il re degli dei - e raggiungi Telipinu. Quando lo troverai, dovrai pungergli le mani e i piedi. Solo allora ti sarà possibile portarlo da noi.
- Farò come volete - rispose l'umile ape muovendosi.
- Un momento, - urlò il dio dei venti - come potete sperare che un esserino così minuscolo faccia ciò che non è riuscito a un dio come me?
- E' meglio che tu stia zitto - disse in tono deciso la regina degli dei. - Sono sicura che l'ape farà meglio di te.
Il re dei venti tacque, dopo aver borbottato a lungo.
L'ape partì e sorvolò i colli, i monti, i laghi, i fiumi. Sembrava che dovesse fallire come il dio dei venti, quando vide Telipinu addormentato in una valle. Si ricordò di pungergli i piedi e le mani, facendo svegliare il potente dio che fu preso da una tremenda collera.
- Perchè mi hai disturbato? - gridò all'ape, fuori di sé - Non sai che non si disturba un dio che dorme?
La terra tremò alla rabbia di Telipinu: il cielo si oscurò, i fiumi si ghiacciarono del tutto, la natura sembrò per sempre morta.
L'ape allora tornò dalla regina degli dei a cui raccontò ogni cosa.
- Non potrò mai trasportare da me un dio immenso e pesante come Telipinu. Ci vuole molta prudenza!
E l'ape si avviò con l'aquila dalle grandi ali. L'attesa fu lunga per tutti gli dei. Finalmente videro lontano lontano un punto nero che diventava sempre più grande: era il dio Telipinu sulle grandi ali dell'aquila, e insieme la piccola ape. Fulmini, tuoni e tumulto accompagnavano l'arrivo del dio adirato.
A Telipinu furono offerti nettare, panna, miele e frutta. Una dolce voce, intanto, cantava:

Soffice sii come la panna, dolce come il miele profumato.
Allontana la collera dal cuore tuo adirato!

Le offerte fattegli e la formula magica che pioveva dall'alto ebbero il potere di rendere più buono il dio della fertilità. Egli si addolciva di momento in momento. L'ira scendeva sempre di più.
Dopo un po', Telipinu sedeva nel mezzo degli dei celesti, felice e sorridente.
Intanto, sulla terra tornava a fiorire la natura, i fiumi non erano quasi più ghiacciati, le valli verdeggiavano, i campi erano pronti. Tutto era di nuovo come prima.

martedì 16 ottobre 2012

La piuma d'oro dell'uccello di fuoco - favola russa




Molti e molti anni fa, in un paese lontano, regnava uno zar forte e potente. Lo serviva un arciere che godeva della sua stima e possedeva uno stupendo cavallo.
Un giorno l'arciere se ne andò a caccia e cavalcò a lungo attraverso campi e foreste di un bel verde. Ad un tratto l'arciere vide in terra una piuma d'oro dell'uccello di fuoco che risplendeva in lontananza. L'arciere non stava più in se dalla gioia.
- Vola, mio bel cavallo, - gridò - vola! Quella piuma non può che diventare mia! La porterò allo zar e ne riceverò in premio una bella ricompensa.
- Lascia quella piuma, - lo ammonì il cavallo - può essere pericoloso. Potresti passare molti guai.
-  Perché mi parli così? - replicò meravigliato l'arciere.
- Perché raccogliere quella piuma d'oro potrebbe risultarti molto pericoloso.
- Ma è una vita che attendo una tale fortuna!
- Non importa, - ribadì il destriero - evita i guai.
L'arciere non ne volle sapere di obbedire al cavallo, si chinò e raccolse la splendida piuma.
- Vola, bel cavallo, - gridò - andiamo dallo zar. Già pregusto il dono che vorrà farmi.
Non fu facile raggiungere la reggia dello zar. Una siepe di soldati e di armi lo proteggeva da chiunque. Quando finalmente fu introdotto al suo cospetto, l'arciere si inchinò.
- Mio signore, - disse emozionato - vi dono questa piuma d'oro dell'uccello di fuoco.
- Ti ringrazio, - rispose lo zar con un bel sorriso. - Ammiro la tua fedeltà, ma... devo chiederti di portarmi anche l'uccello di fuoco, dal momento che mi hai portato una sua piuma.
- E' un'impresa quasi disperata, mio signore.
- Non importa, è il tuo zar che te lo chiede. Se non fai quanto ti dico, sarai decapitato!
L'arciere si inchinò e usci dalla reggia. Era disperato e piangeva lacrime amare.
- Che hai? - gli chiese il destriero - Non t'ho mai visto piangere così.
- Lo zar mi ha ordinato di portargli l'uccello di fuoco - rispose l'arciere.
- Come vedi, - proseguì il cavallo con un rimprovero - non mi ero sbagliato.
- Come farò ora? - sospirò l'arciere affranto.
- Una soluzione c'è, - lo rincuorò il destriero - non perderti del tutto. Ben altra disgrazia dovrà ancora colpirti. Adesso recati dallo zar e chiedigli di far spargere in un campo cento sacchi di grano.
- Che significa tutto questo? - chiese l'arciere.
- Fa' come ti ho detto, - tagliò corto il cavallo - e non ti preoccupare.
L'arciere seguì le istruzioni del suo destriero.
L'indomani si recò al campo e si nascose dietro un albero. La giornata era molto bella e il sole splendeva. Il mare era calmo e di un azzurro meraviglioso. All'improvviso si levò un forte vento, il cielo si oscurò e il mare si increspò. Tutto era cambiato a causa dell'uccello di fuoco che scendeva sul campo.
Il bravo destriero non si lasciò sfuggire l'occasione di catturare quello strano animale. Gli fu sopra, gli bloccò una delle ali e attese che l'arciere arrivasse. In breve l'uccello di fuoco fu immobilizzato e caricato sul cavallo. Non restava che recarsi alla reggia dello zar.
- Ti ringrazio, - disse il sovrano al suo arciere - sei stato molto bravo. Ti farò avanzare di grado: lo meriti.
- Grazie mio signore - rispose soddisfatto il giovane.
- Ora, però, - proseguì lo zar - devi cercarmi una fanciulla da sposare. Ho deciso, mi porterai la principessa Vassilissa che vive in una terra molto lontana dalla nostra. E' lei la fanciulla che sogno.
- Maestà... - stava per obiettare l'arciere.
- Non hai dunque capito? - soggiunse lo zar - Desidero la principessa Vassilissa. Se me la porterai qui, avrai oro ed argento in quantità. Se tornerai a mani vuote, pagherai con la vita!
Ancora una volta l'arciere pianse a lungo e disperatamente. L'impresa era più che mai ardua.
- Che hai? - gli chiese ancora una volta il cavallo.
- Sono nei guai - rispose l'arciere - Lo zar vuole che gli porti la principessa Vassilissa che vive lontano dalle nostre terre. Ahimé, come farò?
- Non preoccuparti, - lo consolò il cavallo - non è questa la vera disgrazia che ti capiterà. Ascoltami: va' dallo zar e chiedigli una tenda regale e le provviste per la lunga cavalcata fino alle terre della principessa Vassilissa.
- Farò come vuoi - concluse l'arciere.
Si recò dallo zar e chiese sia la tenda che le provviste, poi si allontanò verso il lontano paese della principessa Vassislissa.
Il cammino fu lungo e molte terre vennero attraversate. L'arciere giunse finalmente ai confini del mondo, dove sorgeva il sole dal mare. Proprio sul mare una bella barca d'argento cullava la principessa.
"Mi fermerò qui, - pensò l'arciere - monterò la tenda e mi ristorerò dal lungo viaggio".
Ma la principessa Vassilissa lo scorse da lontano e lo raggiunse.
- Chi sei? - gli chiese sorridendo.
- Sono un arciere del mio zar - rispose il giovane. - Il mio zar governa una terra molto lontana da questa.
- Che fai qui? - domandò ancora la principessa.
- Mi ristoro dal lungo viaggio - rispose il giovane. - Perché non assaggi il i miei cibi e il mio vino? Prendi pure!
La bella principessa bevve un sorso del buon vino e fu colta da un sonno profondo. Addormentata sulla tenera erba era ancora più bella.
Accorse il destriero e l'arciere sistemò sulla sua groppa la principessa. Si partì al galoppo, veloci come il vento. Il cammino fu meno lungo della prima volta. Quando lo zar vide davanti a sé la bella principessa fu preso da una gioia incontenibile.
- Bravo, mio arciere, - disse soddisfatto - meriti una grossa ricompensa. Avrai molto denaro e una promozione.
La promessa fu mantenuta. Ma la principessa Vassislissa, una volta destatasi dal suo sonno, cominciò a urlare. Voleva tornare alla sua terra e al suo mare lontano. Invano lo zar tentò di calmarla, dicendole che l'avrebbe sposata e fatta vivere come meglio non si sarebbe potuto. La principessa era disperata e, più di lei, lo zar. Solo dopo molti tentativi, egli riuscì a strapparle una promessa.
- Ti sposerò, disse la principessa - solo quando mi avrai fatto portare l'abito da sposa.
- Dove lo cercherò? - domandò lo zar.
- Nelle profondità del mio mare - rispose la principessa. - Laggiù è custodito sotto una grande pietra, difesa da un gambero gigante.
"Non mi resta che rivolgermi all'arciere" pensò lo zar.
E l'arciere fu convocato a corte per un'altra impresa.
- Vola, mio arciere, - gli disse lo zar - vola più veloce che puoi verso i confini del mondo e portami l'abito da sposa della principessa. Si trova nel mare profondo, sotto una pietra: lo custodisce un gambero gigante.
- Mio signore... - balbettava l'arciere.
- Ti ho ordinato di partire - gridò lo zar. - Se tornerai vincitore, ti colmerò di ricchezze di ogni specie; se fallirai la prova, ti ucciderò. Ora va'.
L'arciere sentiva che non ce l'avrebbe fatta. Prese a piangere come un disperato e fu ascoltato dal destriero.
- Perché piangi? - gli domandò il cavallo.
- Lo zar mi ha comandato di tornare nella terra della principessa Vassilissa e di portargli il suo abito da sposa, che si trova sotto il mare.
- Se tu mi avessi dato ascolto quel giorno! - lo rimproverò il cavallo - Non avresti dovuto raccogliere la piuma d'oro. Comunque, non è questa la vera disgrazia, consolati!
- Come farò? - si lamentò l'arciere.
- Lasciati guidare da me, concluse il cavallo - e andiamo via come il vento.
Corsero a più non posso e raggiunsero i confini del mondo. Il mare era azzurro e luccicante: là era l'abito da sposa della principessa. Il gambero gigante si trovava sulla riva: era smisurato e incuteva paura.
- Fatti coraggio! - disse il destriero all'arciere.
Il giovane avanzò e bloccò l'animale al terreno con un piede. Il gambero chiese pietà, come incapace di difendersi. Allora l'arciere gli comandò di consegnargli l'abito da sposa.
- Farò come vuoi - gemette il gambero, e ordinò a molti suoi simili di scendere nelle profondità del mare a prendere l'abito da sposa.Dopo un po' il giovane poteva ripartire per la sua terra.
Lo zar accolse felice il suo arciere e si complimentò per l'audacia, ma la principessa Vassilissa fece di nuovo i capricci.
- Che hai ora? - chiese lo zar sconsolato.
- Se vuoi che ti sposi, - rispose quella - ordina all'arciere di calarsi in una pentola di acqua bollente.
A malincuore lo zar fece preparare l'acqua bollente per il malcapitato arciere, che si divincolava tra le braccia muscolose dei soldati di corte.
"E' la fine - pensò il giovane. - Ora mi accorgo davvero che non avrei dovuto raccogliere quella maledetta piuma d'oro. Ormai non c'è più nulla da fare: ecco la vera disgrazia!"
Subito dopo ebbe un'idea.
- Mio signore, - disse - potrei rivedere il mio adorato cavallo prima di essere ucciso?
- Ti concedo ciò che chiedi, rispose lo zar - in considerazione delle belle imprese da te compiute.
Fu portato il destriero.
- Amico mio fidato, - singhiozzò l'arciere - se muoio è solo per mia colpa. Avevi ragione, non avrei dovuto prendere quella piuma. Ora mi attende una morte atroce.
- Invece non morirai, lo rassicurò il cavallo - perché io ti renderò resistente al calore. Va' pure tranquillo!
- Ti rivedrò, dunque, amico mio? - chiese l'arciere.
- Mi rivedrai - rispose il cavallo.
Vennero i soldati dello zar a prelevare l'arciere e lo portarono davanti all'acqua bollente. Pochi istanti e lo scaraventarono dentro; pochi istanti ancora e il giovane ne venne fuori sano e salvo, anzi più attraente di prima. Era un miracolo e tutti ne furono meravigliati.
Lo zar, vedendo il giovane addirittura più bello, pensò che un bagno nell'acqua bollente gli avrebbe fatto bene e non esitò un solo istante a tuffarsi nel pentolone. Il calore lo lessò ben bene ed egli vi lasciò la vita.
Nell'entusiasmo generale l'arciere fu proclamato zar e legittimo marito della principessa Vassilissa. Le nozze furono ricche e splendide e i due giovani ebbero una vita colma di felicità e di amore.